Big Bang TV (2007)
Con un fascio di luce, l’artista compie un gesto provocatorio: oggettivizza il fruitore e lo fa corrispondere con l’oggetto. La testa dello spettatore diventa la scatola della tv. Tv-fruitori ma anche Guru, ipnotizzatori ma allo stesso tempo ipnotizzati, hanno il telecomando in mano ma non comandano. Osservano l’immagine per eccellenza della TV, la nebbia bianca e nera che secondo recenti studi del MIT rappresenta l’inizio del mondo, il rumore di fondo del Big Bang, simile all’Om buddista, un mantra, teorizzato anche dal padre della video-art Nam June Paik nel suo Zen for Tv. La TV non è stereotipata né denigrata. Nell’ultimo scatto la luce investe solo una delle due gambe: l’attore va via o torna al divano per continuare il suo mantra? L’ambiguità apre uno spiraglio di non banalità, e forse si salva chi resta e non fugge. Non c’è offesa nel paragone testa-TV: la TV è metafora intelligente dell’enigma dell’universo, mistero stellare affascinante ed ombratile che ci ipnotizza.
AurondA
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